Polemica Cantelmi

E tutti i fautori della conversione considerano gli psicoterapeuti come dispensatori da supermercato: “il cliente vuole, il cliente ha sempre ragione”. Come se il cliente volesse prendere una coca cola a un distributore automatico di risorse. [pag. 196]

È stupefacente constatare come essi non tengano conto del principio cardine di ogni psicoterapia: l’analisi della domanda, per verificare le motivazioni, i vincoli, le pressioni e le automistificazioni della persona. [pag. 193]

I difensori delle terapie riparative non vogliono raccomandare le terapie affermative – che possono mettere in questione e curare aspetti del sé che rappresentano problemi di credenze piuttosto che di biologia – agli individui che presentano un adattamento profondamente insoddisfacente al proprio orientamento sessuale.

La libertà umana però non si realizza nell’iperuranio, ma in contesti ben definiti da vincoli, norme e credenze. I gay che scelgono di sottoporsi alle terapie riparative sono drammaticamente lacerati nel profondo tra la fedeltà ai valori di una (presunta) morale dominante e quella alla propria, più autentica affettività. [pag. 194]

I “pazienti” dovrebbero essere informati su molti fatti ben dimostrati che demistificano la versione fondamentalista di una fede antigay.

La terapia dovrebbe attingere a una gamma completa di conoscenze che abbiamo sull’omosessualità che vanno ben oltre la clinica e il pulpito. Sono essenziali le prospettive storiche, antropologica ed etologica. La prospettiva storica dimostra chiaramente che la condanna ebraico-cristiana dell’omosessualità è socialmente costruita piuttosto che divinamente ispirata […] Nel conflitto tra l’attitudine ebraico-cristiana e l’omosessualità, scientificamente parlando, è la prima e non la seconda ad essere fuori dalla matrice della natura. [pag. 197]

Al dunque le terapie riparative si rivelano strategie per imprigionare l’essere più autentico della persona in una gabbia prima di tutto sociale, che per funzionare deve essere posta nell’anima della persona omosessuale. Essa deve identificarsi con un Bene che nega il suo stesso essere.

Si apre un varco nell’integrità della persona, che aderisce a proprie spese al dominio della norma sociale. [pag. 200]

Queste terapie istituiscono un vero e proprio calvario spirituale ed emotivo, cui è promesso il riscatto della redenzione: se la malattia è prova che Dio ha donato all’uomo per inverare la sua fede e per offrirgli un cammino di crescita, di espiazione dopo il peccato originale, tale calvario costituisce il banco di prova, la croce attraverso la quale una persona derelitta – l’omosessuale non gay – potrà accedere alla misericordia divina, immolandosi come Lui, grazie al sacrificio della propria vita; di più diventando crocifisso come Lui [secondo l’ottica distorta, croce = sofferenza, quando dovremmo sapere che croce = libertà dell’individuo dal giudizio religioso, morale, sociale sulla sua reputazione! nota di Fausto].

Gli omosessuali allora, come avviene attraverso qualunque altra malattia, hanno l’opportunità per ribadire le virtù redentrici del dolore, della rinuncia, della castità, della morigeratezza espiatrice. [pag. 201]

Da: Paolo Rigliano e Margherita Graglia (a cura di) – Gay e Lesbiche in Psicoterapia, Raffaello Cortina Editore, 2006 MI

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