25.02.12 – Nuova Proposta ha incontrato padre Felice Scalia – “La Verità ultima è l’Amore”

Mercoledì 29 febbraio 2012, nei locali della Chiesa Valdese di Piazza Cavour in Roma, si è tenuto l’incontro con Don Felice Scalia, gesuita dal 1947. Questo momento di ascolto è stato fortemente voluto da Nuova Proposta nell’ambito del progetto annuale che ha per tema “La verità ci rende liberi, la libertà ci rende autentici”, tema sul quale Don Scalia ha fortemente sollecitato a riflettere ed operare.

Don Felice ha esordito sottolineando come il tema dell’autenticità della fede, dell’essere cristiani e dei sacramenti lo avesse sempre molto interrogato fino a portarlo alla distinzione, per lui fondamentale, tra autenticità e validità del proprio essere battezzato in un mondo in cui la legalità, la giurisdizione, la successione apostolica, intesa in senso storico, sembrano contare molto di più dell’autenticità stessa.

 

Un tema che lo ha posto vicino al cammino di Nuova Proposta è quello dell’accoglienza o dei cosiddetti “respingimenti” intesi coma atteggiamenti contro ogni categoria di “diversi”. Ha fatto riferimento esplicito al grave errore dell’Occidente di propugnare atteggiamenti di sottrazione di ogni diritto fondamentale a coloro che sono considerati diversi in nome di una cristianità che non si incarna nella vita concreta. L’autenticità, recita Don Scalia, è problema globale della religione e non della fede che, in quanto tale non dovrebbe escludere nessuno, di una religione che si presenta come non esclusione ma che in realtà non traduce e testimonia il vangelo. Don Scalia si è detto un prete non pentito, un gesuita non pentito, un cristiano non pentito nonostante le tante esperienze che lo avrebbero potuto portare lontano. Molto forte e toccante la sua affermazione basata sull’assunto che se Cristo è la persona più libera mai esistita, se Cristo è la libertà fatta persona come la bellezza, la bontà e la verità, allora non può essere percepito se non da chi ama la bellezza, la vita, la verità. Altrimenti il Cristo rimane un grande sconosciuto.

Don Scalia ha poi ripercorso brevemente il suo excursus accademico, con gli studi di filosofia prima e teologia poi, che seppur brillantemente portati a termine lo hanno poi indotto a “rincominciare tutto da capo”, a rimettere ogni cosa in discussione per le contraddizioni che notava e viveva tra la teoria e la concretezza della sua applicazione nella vita quotidiana. Si è soffermato su ciò che, all’inizio della sua vita religiosa, lo aveva letteralmente sedotto: la devozione al Sacro Cuore in un periodo in cui sembrava che lottare per la verità astratta e teologica potesse giustificare, anche da parte della stessa Compagnia di Gesù, massacri o crimini contro l’umanità. Questa devozione per lui significava che Dio ha un cuore ed è amore e tutto ciò che non viene vissuto come tale appartiene alla religiosità ma non alla fede cristiana. Affermare questo in un periodo, sostiene Don Scalia, in cui tutto sembrava che dovesse girare intorno ad una mera adesione dogmatica, era rivoluzionario: prima della verità c’è l’Amore, unico valore non negoziabile. Questa sua affermazione lo aveva spinto, nel suo percorso di vita, a voler incarnare il mistero di Dio amore nella vita concreta, un amore che doveva permeare e abbracciare tutta la realtà umana. Un Dio amore, un Dio sorgente della vita, doveva essere la chiave di tutto. Questo non lo aveva trovato nei suoi studi filosofici, da qui la necessità di ricominciare da capo con gioia, umiltà e determinazione. Ha voluto simbolicamente bruciare i suoi appunti di studio per dirigersi alla scoperta di una teologia che potesse essere pane di vita per la gente, la Bibbia non poteva essere una sorgente di affermazione dogmatica astratta ma un racconto di un Dio che si compromette per l’uomo e di un uomo che osa accettare questa sfida, libro di un Dio con noi che doveva essere incarnato nella vita dell’uomo.

Un altro concetto basilare sul quale si è soffermato è stato quello del sacrificio. Visione teologica diffusa era rappresentata dal fatto che il centro della salvezza sembrava essere il sacrificio di Dio che invia suo Figlio perché lo ripagasse dell’offesa arrecatagli dall’uomo con il suo peccato. Una sorta di riparazione o, come lui l’ha definita “satisfactio e salvatio vicaria”. L’Eucarestia diventava solo un sacrificio ed era doveroso e salvifico sacrificarsi. In realtà il sacerdote ha ricordato che Gesù nel vangelo non parla mai di sacrificio quanto di misericordia. Don Scalia non è d’accordo su una visione della vita sacrificale: vero “sacrificio è rendere sacra la vita non la morte, celebrare la vita autentica e non banale, a favore dell’uomo e mai contro di lui: la tua vita deve essere resa sacra. Bisogna abbandonare la mentalità sacrificale per celebrare un Dio che è vita e amore, una liturgia che parla di mensa eucaristica e non di altare dove si celebra un sacrificio La vita cristiana deve essere autentica, resa sacra, in questo senso tutti sono chiamati al sacerdozio. La salvezza non e’ la cancellazione di una colpa ma la pienezza della vita. La verità ultima, alla radice di tutte le altre, è che Dio è amore e noi siamo chiamati a servire il bene nella vita degli altri. Tutte le difficoltà umane, tutti i respinti, gli emarginati, i cosiddetti “diversi” devono essere i soggetti dell’urgenza evangelica per sollevarli dalla loro disperazione nell’ottica di incontrare l’uomo non in modo “dottrinale” ma come pastori che accolgono e accompagnano. Don Scalia ritiene ogni discriminazione anticristiana e ognuno è amato proprio nel momento della caduta. L’unica verità è poter dire ad ogni persona in difficoltà, qualsiasi cosa avesse fatto nella sua vita che c’è una salvezza anche per lei, che Dio non abbandona e  che nessuno è indegno di sollevare lo sguardo a Lui. O gli emarginati si salvano tutti o non si salva nessuno, o come comunità credente ci decidiamo ad essere veramente cattolici, ovvero universali, o ci sarà sempre qualcuno che pagherà per tutti. E’ l’emarginazione il vero peccato. O pensiamo che l’amore di Dio non è escludente di nessuno oppure avremo sempre qualcuno che pagherà: Cristo è colui che abbatte ogni muro.

Don Scalia ha affermato, con grande sincerità, convinzione e serenità che nel suo percorso ha ritrovato la gioia di essere prete, di essere cristiano nella libertà di non aspirare a far carriera e di poter dire ciò che pensa accettando anche serenamente la correzione, nell’obbedienza, ma continuando a portare avanti il proprio cammino. La coscienza ha valore morale ultimo e con questa si risponde all’uomo. Non siamo liberi quando rispondiamo alle logiche di mercato, alle logiche del capitalismo, della politica, dello sfruttamento. Ha inoltre aggiunto che solo un Cristo libero lo rende libero anche di guardare e leggere l’orizzonte politico sostenendo che non si può avere la pretesa di risolvere i problemi della gente ma il dovere e l’urgenza evangelica di accompagnarla nel proprio cammino. Don Scalia si sente libero di dissentire da chi vede il bene comune come un bene di pochi che elargiscono l’elemosina ai poveri dall’alto del loro potere: tutto questo non è cristiano. La verita’ che ci fa liberi e’ quella che annuncia la salvezza e l’amore di Dio a chi si sente indegno dell’amore di Dio. E questo e’ davvero dogma di fede

La frase finale che ci ha lasciato sulla quale riflettere, con l’augurio che arrivi a permeare l’esistenza e il cammino di fede (e non semplicemente religioso) di ognuno è stata “l’unica verità è una vita aperta alla vita, una verità che si vede nella carità”.

In conclusione sono state rivolte le seguenti domande a Don Scalia da parte dei presenti:

– Quando si è ai margini e respinti la tentazione è fuggire, cosa si può dire davanti a questo desiderio di allontanarsi?

Condivido prima di tutto la sofferenza e la tentazione che anche io ho vissuto. Pieno rispetto per chi vive un allontanamento da una Chiesa dove non trova accoglienza: ciò che personalmente mi tiene nella Chiesa è vivere “da” Chiesa costituita da tutti noi, una Chiesa che non si arroga il diritto di considerarsi il giudice di altri, una Chiesa di cui il capo è Cristo e di cui tutti hanno diritto di far parte.

– Quale è il rapporto tra verità e obbedienza?

L’obbedienza è alla verità. La prima obbedienza è alla mia coscienza illuminata dalla Parola di Dio così come riesco a percepirla nella mia situazione di vita. In una comunità non possono esserci pensieri unici e definiti, l’unico pensiero è quello di Dio: la carità regna su tutto. Obbedire deriva dal latino ob-audio ovvero tendere verso la Parola di Dio cercando di farla propria e ascoltando anche il valore ultimo della coscienza illuminata. Il vangelo non è una dottrina che si impone ma proposta di un cammino per l’uomo.

– Sento l’urgenza dell’accoglienza dei giovani. Come porsi davanti ad un adolescente che vive l’omosessualità?

Cammino innanzitutto con lui comprendendo a quale dolore si apre nel suo percorso di vita. Dialogo e cerco di invitarlo a vivere umanamente il suo essere profondo imparando ad amare, ad amarsi e non isolarsi. Consiglio di vivere umanamente la sua vita così come è, con dignità, senza sperimentare condizioni di vita estreme, negative e autolesive. Vale su tutto il rispetto della persona e del suo percorso di vita.

 

E’ con questo “testamento spirituale” che Nuova Proposta vuole continuare a camminare nel proprio percorso di accoglienza contro ogni chiusura, contro ogni “respingimento”, contro ogni manifestazione di vita che non sia amore e apertura all’altro.

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