“Pensieri e Parole” – Riflessioni di un nostro socio sulle parole di Papa Francesco

Pubblichiamo le riflessioni proposte da un nostro socio alle parole di Papa Francesco presenti nello scambio di lettere con il Direttore di Repubblica (leggi qui:Scambio di lettere tra Scalfari e Papa Francesco 2013) e nella lunga intervista rilasciata alla rivista Civiltà Cattolica (leggi qui:Civiltà Cattolica-intervista Papa Francesco 19-9-2013).

 

Roma, addì 24 settembre 2013                                                                         

Ai fratelli.

Ho letto la lettera di papa Francesco a Repubblica, eppoi qua e là alcuni brani riferiti al lungo articolo uscito su tutte le pubblicazioni dei gesuiti nel mondo. Cercando di non cedere ad un facile entusiasmo e di mantenere un occhio critico, vi propongo alcuni brevi spunti.

Il primo che mi è saltato all’occhio (vado a nozze con le citazioni dagli originali in greco!) è l’accenno al concetto di autorevolezza – exousia – attribuita a Gesù dall’evangelista Marco.

Francesco stesso nel suo scritto ne spiega il significato tradotto in modo riduttivo in italiano con la parola autorità. Egli scrive «che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è». È molto elementare la deduzione che ho fatto: per avere autorevolezza bisogna essere nella prassi e nella parola ciò che si è nell’intimo; ovvero, per poter intraprendere una vita piena ed abbondante è indispensabile essere sé stessi: sembra il messaggio appropriato per noi, gay lesbiche trans!

Perciò quando lo scriteriato gruppo lot di Brescia organizza pessimi corsi per guarire dall’omosessualità, oppure laddove si opera una scissione tra essere e compiere atti omosessuali, o ancora allorché si negano alle persone omosessuali le possibilità legali del riconoscimento della coppia e della genitorialità, lì si pretende di impedire ad una categoria di individui – non dico di essere di fare o di avere … – ma di conformarsi all’autorevolezza di dispiegare la loro specificità, ovvero del mettere a frutto i propri talenti, a cui Gesù ci chiama!

E questo è quanto di più anti evangelico possa sussistere: non mi sembra che ci siano gruppi sociali esclusi dalla predicazione del Cristo.

Da tale punto di vista intravedo, nelle parole del papa, una profonda contraddizione nell’approccio a un’accoglienza senza parità di persone differentemente orientate affettivamente e che diversamente si riconoscono nelle identità e nei ruoli di genere che – ereditati dalla storia – la cultura ci ripropone.

Papa Francesco parla a Scalfari del ruolo della chiesa nel suo percorso di conversione e crescita cristiane.

Presumo che quando usa il termine chiesa si riferisca a ciò che noi chiamiamo gerarchia o apparato. E quella che egli indica quale strada privilegiata, per quanto mi riguarda, non è specifica del mio percorso: ho lasciato la parrocchia il giorno stesso della prima comunione a motivo del sentore non accolto della mia differenza. Questa apparente tragedia di esclusione si è rivelata alla lunga la benedizione di essere in grado di discernere il divario tra religione e fede. Il mio rapporto col divino si è nel tempo sviluppato con un dialogo interiore affatto personale; anche se la conoscenza con la figura di Gesù e il battesimo nello Spirito l’ho ricevuti a seguito dell’adesione ad una comunità carismatica, non per questo reputo tale adesione indispensabile.

Ricordo che l’etiope, eunuco e ministro della regina Candace – antesignano dei cristiani d’Etiopia – venne battezzato in acqua dall’apostolo Filippo e ricevette lo Spirito, senza alcun preventivo contatto con una comunità cristiana.

Il cristianesimo ci chiama all’impegno e perché la chiesa possa assolvere al meglio il suo ruolo di «ospedale da campo» come dice il papa, è necessario che questo impegno, per poter essere efficiente, sia comunitario.

In un ospedale il personale dovrebbe curare i feriti senza pregiudizio né sindacando sui loro comportamenti o sulle loro appartenenze: per quale motivo quindi c’è bisogno di sottolineare che i “feriti” che arrivano nelle comunità cristiane, “pentiti” per una separazione o per un aborto, vanno trattati con comprensione e benevolenza?

È spontaneo ed inguaribile per chi agisce secondo coscienza – figuriamoci colei che si è trovata di fronte al bivio di un aborto – avere incertezze, ritornare sui propri passi, mettere in dubbio le proprie scelte: sennò torniamo sotto la legge – bestemmiamo lo Spirito di verità (!) – e seguiamo delle regole precostituite, cosicché possiamo condannare il prossimo avendo la presunzione di salvarci per il merito di essere osservanti rigorosi.

Io però – tenendo su di me ognuno dei problemi e delle conseguenze che mi procura l’agire in consapevolezza – non vorrei per tutto l’oro del mondo perdere lo sguardo alla compassione che ho imparato da Gesù!

Cerco nei vangeli e trovo tutt’altro di un pentimento propedeutico al perdono: l’esempio più eclatante di perdono sta nella parabola del padre misericordioso (e non figliol prodigo). Il padre accoglie a braccia aperte il figlio senza lasciargli riferire la tiritera che questi si era preparata; in più corre verso di lui mettendo da parte la propria onorabilità (in medio oriente è tuttora disdicevole per un uomo mettersi a correre). Non si può parlare, da parte del figlio, neppure di vero e proprio pentimento nell’accezione significata dai moralisti: il figlio fa un ragionamento utilitaristico, “i servi di mio padre mangiano pane ed io qui mi nutro delle ghiande dei maiali”. Secondo quale principio il Padre celeste accoglie chiunque si rivolga a Lui, mentre i sacerdoti della religione sarebbero tenutari di indulgenza da elargire a chi giudicano pentito?

Non spetta ai fratelli – qualunque sia il loro compito in quell’ospedale da campo che è la comunità o la parrocchia o la chiesa – dispensare indulgenza. Il perdono, e non il giudizio, è connaturato all’esistenza stessa della comunità e riguarda le relazioni tra gli individui e non i fatti personali della vita dei suoi componenti, per i quali può essere utile il sostegno ad accogliere il perdono di Dio e a perdonarsi.

Potrei ironizzare affermando che dispensare indulgenza gratuitamente è pur sempre un passo avanti dai tempi in cui le indulgenze venivano vendute!

Il Concilio ha posto la coscienza prima di qualsiasi regola; ha detto che la sessualità è il cemento della coppia e non esclusiva per la procreazione; il papa cita l’exousia e parla di chiesa come ospedale da campo: bisogna chiedere a Gesù il coraggio e la forza di aiutarci a portare l’etica cristiana alle logiche coerenze di queste affermazioni, cioè che ognuno sia messo nella condizione di parlare e di agire con l’autorevolezza di ciò che egli è, così come siamo sollecitati a realizzare e secondo quanto è indicato dal messaggio evangelico.

Fausto Perozzi

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *