La testimonianza di Nuova Proposta ai festeggiamenti per i 40 anni della comunità di base di san Paolo

Nuova Proposta ha partecipato alla due giorni di festeggiamenti per i 40 anni della Comunitù di Base di San Paolo.

Ecco il contributo di uno dei soci che ha condiviso alcune riflessioni sul cammino percorso insieme in questi anni! 

Salve, sono Fausto Perozzi e sono qui in veste di portavoce dei saluti e dei ringraziamenti dell’associazione Nuova Proposta alla Comunità di Base di san Paolo.

Nuova Proposta nasce alla fine degli anni ottanta da un gruppetto di studenti universitari omosessuali che volevano raccogliere la sfida di vivere assieme la loro spiritualità. Per quello che io ho nel bagaglio di ricordi di Nuova Proposta, posso andare indietro agli anni 2000 quando iniziammo ad organizzare qui con la comunità l’eucarestia delle domeniche successive alle sfilate del Pride del sabato.

Ci sono state tante altre occasioni oltre questo appuntamento, stabile e mai rituale, sempre come opportunità di rinnovare tra noi la fraternità evangelica. Per me le preparazioni delle eucarestie post pride hanno rappresentato una palestra per l’affinamento della Parola soprattutto nella pratica del lavoro che si fa insieme.

Per chi non ne è a conoscenza, il gruppo territoriale cui di volta in volta capita l’eucarestia di quella domenica, si riunisce e sceglie il tema e i brani – e da Antico e Nuovo Testamento ed anche da letture laiche – poi, durante la celebrazione ci sono commenti a più voci del gruppo che organizza e interventi liberi. Questi incontri preparatori si verificano nella stessa modalità con gli esterni alla comunità, con noi di Nuova Proposta, della Sorgente, della REFO.

Non posso fare a meno di rammentare il rischio, a volte, di non riuscire, tra fratelli omosessuali di differenti provenienze, a spezzare il pane assieme: ho ritrovato una comunicazione a Fabio dove esponevo il mio disagio a pensare che si potesse dare l’idea che con le persone omosessuali fossero possibili soltanto incontri di serie b.

Esaltante per me è stata l’eucarestia post pride del 2007, che mise a tacere la precedente manifestazione del family day e il suo scriteriato tam tam mediatico: chiamato inaspettatamente sul palco del Pride, accennai proprio alla risposta di Gesù su chi fossero i suoi fratelli sorelle e madre, tema preparato con i fratelli e le sorelle della comunità.

Ascoltando gli esperti vaticanisti che si affacciano dalle televisioni si sente dire che senza le sanguinose guerre alle eresie, le crociate o le stragi di popoli in America Latina ed altrove, senza, insomma, quella risolutezza della struttura gerarchica ad imporsi attraverso conflitti cruenti, non sarebbe esistita la Chiesa, evidentemente artatamente appiattendo e confondendo l’esperienza cristiana con le vicende di un magistero dominante.

Io credo invece che avremmo avuto semplicemente la stessa chiesa dei tanti vissuti comunitari plurali, non macchiata della ferocia di scomuniche di roghi e di stragi.

In questi giorni di festeggiamenti dei quarant’anni si è detto che dalla grande spinta post-conciliare degli anni ’70, ora le comunità di base vivano una situazione, per così dire, carsica.

Ricordo una frase di Bertold Brecht: “la storia la fa il popolo, ma poi sono i padroni che la raccontano”. È così e questo vale altrettanto oggi, in tempi dove la molteplicità che esiste nella società è schiacciata dal dispositivo di un pensiero unico ancor più potente e permeante in quanto veicolato da influenti mezzi d’informazione che in profondità saturano le coscienze.

Pensando all’impegno che ferve nelle tante comunità di base e in questa di san Paolo in particolare, lo associo alla parabola del Regno dei Cieli paragonato al granello di senape. Piccolissimo seme di una pianta infestante che, trasportato dal vento, germoglia ovunque: tra le pietre dei recinti, tra i mattoni delle case e perfino tra le tegole dei tetti. Ben diverso dal gagliardo cedro del Libano che – come dice Isaia – svetta sulla cima dell’alta montagna, la senape è solo un arbusto tra le cui fronde e alla cui ombra, però, trovano ristoro e benessere gli uccelli del cielo, le bestie e gli esseri umani della terra.

Io credo che siano fin dall’inizio esistite due chiese: quella gerarchica di un magistero trionfante e aggressivo e quella paritaria, fatta – come ci dice l’evangelista Giovanni – da amici.

Nell’episodio in Atti, Pietro (il capoccione, non dimentichiamo il valore del nome), nonostante tutte le esperienze con Gesù di Grazia di Visione e di Condivisione, si trova imprigionato dalle catene del pregiudizio: e, per affrancarsene, ha bisogno di un intervento soprannaturale.

Una volta liberato dall’angelo egli non si reca nella chiesa del magistero, quella di Giacomo il “favorito” fratello del Signore, ma si approssima nella chiesa dei “piccoli” – nella comunità di base, diremmo oggi – la casa di Maria, l’Israele fedele, dove ad aprirgli è Rode, una serva.

“Dite questo a Giacomo e ai fratelli” dice Pietro in quell’occasione. Ripetiamolo noi oggi a tutti coloro che si professano cristiani.

Pace a tutti.

Fausto

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