“Per chi non c’era” all’Assemblea dedicata al Concilio Vaticano II di sabato 9 maggio

Di seguito l’intervento del nostro Andrea in occasione della Assemblea nazionale convocata da gruppi ecclesiali, riviste, associazioni a 50 anni dal Concilio Vaticano II.

 

LE BARRIERE ALLA GIOIA E ALLA SPERANZA: IL PUNTO DI VISTA DELLE PERSONE LGBT CREDENTI

Andrea Rubera, “Nuova Proposta, donne e uomini omosessuali e transessuali cristiani” www.nuovapropostaroma.it

Nel preparare il mio intervento, mi rendo conto che la “Gaudium et Spes” ha la mia stessa età… Un buon punto di partenza per approfondirla e viverla con un pizzico di empatia in più…

Raccolgo dei piccoli brani della “Gaudium et Spes” che mi risuonano immediatamente come profezie:

“Perciò essa (la Chiesa) si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

“… è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo!”

“Perciò la dignità dell’uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere

“Dall’interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva il bene comune – cioè l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione”

Leggendo questi estratti della Gaudium et Spes, scritti 50 anni fa, ci si dovrebbe immaginare la piena realizzazione, oggi, nel 2015, di una Chiesa che sa di essere pienamente inserita in un mondo che è cambiato, che non pone al primo posto il giudizio e il rimprovero, ma che con serena sincerità vuole porsi al servizio di tutta l’umanità.

L’inizio del pontificato di papa Francesco sembra inaugurare, e utilizzo volontariamente la parola “inaugurare” per significare che stiamo partendo, l’avvento della profezia della Gaudium et Spes.

Il richiamo alla vicinanza dei pastori con le pecore, alla partecipazione, alla sospensione del giudizio, al guardare all’altro con amore e curiosità vanno in questa direzione.

Tuttavia, non posso non notare che al momento questo “inizio” si è fermato alla sola “rivoluzione semantica” di cui non nego comunque il valore. Per la prima volta un Pontefice ha nominato la parola “gay” pubblicamente e, nel questionario di preparazione del sinodo straordinario, come nei documenti che sono stati emanati nelle varie fasi dei lavori del sinodo, sono state nominate esplicitamente le persone omosessuali, le loro famiglie e financo i loro figli, e per la prima volta senza limitare la citazione al problema, al disordine. In questo senso, “nominare le cose” significa ammettere che esistono.

E’ un primo passo ma non sufficiente per infondere nelle persone omosessuali e transessuali quella gioia e speranza che sono il motore della vita che nel Vangelo ci è stata promessa “in abbondanza”, e consentire loro di emanciparsi da quella condizione, a volte catacombale, di “attesa”, di promuovere la propria esistenza come contributo alla crescita dell’intera comunità dei fedeli.

Al momento, credo sia noto a tutti, non esiste alcuna pastorale specifica per le persone omosessuali e transessuali. Non esiste neanche formazione per i pastori. Tutto è confinato a un limbo, ad un silenzio assordante. Persone che vivono profondamente una condizione troppo a lungo ignorata o trattata sbrigativamente come un residuale elemento di disordine e di incoerenza “in gran parte inspiegabile”.

Le persone omosessuali e transessuali credenti, a partire dagli anni ’80, hanno cercato di trovare una soluzione creandosi posti dove poter autogestire il proprio cammino di riconciliazione tra due aspetti fondamentali come fede e orientamento sessuale. Purtroppo, però, con un’inevitabile processo di alienazione forzata dal resto della comunità di riferimento.

E, quindi, dove si è bloccata sinora la gioia, dove si è fermata la speranza nel cammino di una persona omosessuale o transessuale?

Iniziamo dall’adolescenza.

Negli ambiti comunitari, nelle parrocchie, nei cammini di fede, l’omosessualità è, nella maggior parte dei casi, trattata ancora solamente come categoria morale o come problematica sociale. I ragazzi e le ragazze omosessuali si sono trovati, quindi, a vivere nel silenzio più assoluto la loro condizione, ad impiegare moltissime risorse personali a nascondere una parte importantissima della loro esistenza, a controllare tutto ciò che avveniva dentro loro, fuori loro. Insomma a comprimere la loro vita invece che ad espanderla, privati di tutta quella “normalità” (innamorarsi, condividere con gli amici il proprio innamoramento, sognare una persona, immaginarsi insieme, …) che costituisce parte integrante del percorso di crescita di un essere umano, e che alimenta quello slancio progettuale che dovrebbe essere appannaggio di tutti.

Questa assenza di “cittadinanza” della condizione omosessuale, alla lunga ha come effetto un senso di “straniamento” che nella maggior parte dei casi porta a allontanarsi.

Se è vero che nessuno caccia un ragazzo gay dalla parrocchia, dobbiamo al tempo stesso chiederci se ci siano strumenti, parole che consentano a questo stesso ragazzo di rimanere in parrocchia, continuando a sentirsi a casa.

E poi pensiamo a cosa succede in famiglia… ai genitori di un ragazzo omosessuale.

Per un genitore, venire a sapere, direttamente od indirettamente, dell’omosessualità del proprio figlio o figlia è talora un’esperienza drammatica nella quale, a fianco di preoccupazioni irrazionali (senso di colpa di chi si attribuisce immaginarie responsabilità per l’omosessualità del proprio figlio o figlia, senso di vergogna di fronte ad amici, parenti, comunità), può trovare posto, in caso di genitori credenti, un forte dissidio tra l’amore per il proprio figlio o figlia e la percezione che la condizione omosessuale non trovi posto nella dinamica della Salvezza.

Rispetto ad altre minoranze (etniche, religiose etc. ), nelle quali la famiglia di appartenenza costituisce uno ‘specchio’ nel quale l’individuo ritrova se stesso e da cui trae sollievo e conforto, le persone omosessuali rischiano di esperire un minority stress particolarmente pronunciato, in quanto l’ambiente familiare non riconosce e talora non accetta la persona omosessuale, che non riesce per tanto a identificarsi come “uguale tra uguali”.

I genitori cattolici su quale supporto possono contare da parte delle proprie comunità di fede? Praticamente nessuno. La scarsa formazione sul tema porta addirittura i genitori malconsigliati a condurre il proprio figlio verso il falso miraggio delle teorie riparative che, invece di puntare al consolidamento dell’accettazione di sé, rafforzano la tentazione di essere altro.

E quando una persona omosessuale sente di desiderare di amare un’altra persona? Quando inizia un rapporto di coppia?

A questo punto sorgono i problemi.

Nei contesti comunitari cattolici si fa semplicemente finta che non esista la coppia omosessuale.

Sulla base di ciò che prevede il Catechismo della Chiesa Cattolica, una persona omosessuale può sentirsi parte integrante della comunità solo se accetta di vivere una vita senza affettività, negando a se stessa quel recondito anelito all’espressione del proprio amore che è talmente innato e spontaneo da non poter essere negletto o ignorato, a pena di pesanti conseguenze sulla propria serenità. Se una coppia omosessuale decidesse di rivelarsi alla propria comunità parrocchiale facilmente troverebbe disinformazione e molto spesso persone non preparate ad accoglierla. Eppure anche queste coppie avrebbero bisogno di supporto pastorale, avrebbero bisogno, per esempio, di nutrire il loro rapporto di coppia partecipando a corsi di preparazione per coppie. Ma finché non ci sarà un progresso nella formazione sia dei pastori sia delle comunità dei fedeli, questo non sarà possibile.

E poi, per concludere la panoramica esistenziale, esistono, sempre di più i figli delle coppie omosessuali…

Su questo aspetto si sta alimentando oggi una grandissima polemica, fomentata da movimenti fondamentalisti che mettono l’ideologia davanti a ogni possibilità di confronto.

La genitorialità delle persone omosessuali viene trattata come una sciagura imminente che va evitata assolutamente… e in questa lotta a botte di ideologia, slogan, in cui nessun colpo viene risparmiato, ci sono i bambini di queste famiglie, che esistono oggi, ora… e non sono su un’astronave di cui va impedito l’atterraggio sul nostro pianeta. Bambini che sono nati per un progetto di amore di due persone e che, senza questo progetto d’amore non sarebbero qui tra noi. Bambini che dovrebbero trovare nelle comunità di fede un territorio dove sentirsi accolti, amati, come ogni altro bambino.. dove trovare linfa di sostentamento, conferma delle loro certezze, in primis l’Amore di Dio e la loro famiglia.

Ad oggi, i genitori omosessuali che vogliono offrire ai propri figli la proposta di un cammino di fede, cosa incontrano? Il battesimo non sembra essere un problema: le indicazioni pastorali in questo senso sono chiare: non può essere rifiutato a nessuno (eppure esistono parroci che invitano ancora oggi le coppie omosessuali a andare altrove per battezzare i propri figli).

Ma nel prosieguo del cammino di fede? Questi bambini potranno contare su parroci, capi scout, catechisti che li aiutino a crescere nella fede senza giudicarne la famiglia di provenienza? Senza minare in questi bambini il senso della loro realtà?

Il risultato è che, nonostante queste nuove famiglie bussino sempre di più alla porta delle comunità cattoliche, solo in rarissimi casi si verifichi un loro inserimento compiuto e felice. Il più delle volte regna un sentimento di straniamento che allontana.

E, infine, ci sono i paesi in cui l’omosessualità è un reato, punito anche con la pena di morte…

Nei confronti di queste persone perseguitate quale deve essere il ruolo della Chiesa? Non ne immagino nessun altro che un ruolo di accoglienza, protezione, un ruolo di richiamo, anche nei confronti di chi persegue in nome di un dio, alla dignità dell’essere umano e della vita umana nella sua interezza, senza condizioni.

Su questi aspetti sino ad oggi la Gerarchia ha assunto in passato spesso posizioni scivolose anche se le recenti parole del cardinal Peter Turkson, presidente del Consiglio Vaticano per la Giustizia e la Pace, “gli omosessuali non sono criminali”, fanno intravedere la possibilità che la Chiesa Cattolica assuma una posizione ufficiale sul questo tema e agisca, per quanto in suo potere e disponibilità, venendo in aiuto della vita e della serenità delle persone che vivono in quei paesi.

Come sbloccare, quindi, la gioia? Come riattivare la speranza delle persone?

Il nostro messaggio di persone omosessuali e transessuali al Sinodo straordinario 2014 è stato chiaro. Abbiamo, per la prima volta ufficialmente, dato voce alle nostre speranze, messe nere su bianco in un documento che abbiamo redatto, dopo mesi di lavoro, con un gruppo di persone provenienti da vari gruppi, e che abbiamo inviato ai partecipanti al Sinodo 2014:

1. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia integralmente accogliere ed amare le persone omosessuali, specialmente nella delicata fase adolescenziale, sostenendole nella scoperta di sé, nella relazione con gli altri e nella piena accettazione della propria dignità di creature capaci di dare e ricevere amore.

2. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia accogliere i genitori di persone omosessuali con parole di sostegno e di incoraggiamento a vedere il proprio figlio e figlia creato ad immagine e somiglianza di Dio, degno del suo Amore e veicolo di Grazia in tutti gli aspetti della sua vita, rifiutando esplicitamente approcci tesi a ‘cambiare l’orientamento sessuale’, come se fosse frutto di una scelta.

3. Speriamo in un profondo rinnovamento degli orientamenti pastorali nei confronti degli affetti delle persone omosessuali affinché si comprenda quanto di buono essi esprimano e quanto il loro amore possa essere esempio di solidità e generosità per tutti.

4. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia prendersi cura delle persone omosessuali che sentono ardere dentro di sé il desiderio di una vita affettiva di coppia e che sappia includere le coppie omosessuali, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’Amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza.

5. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia essere accogliente anche per i bambini e bambine di coppie omogenitoriali e che abbia a cuore innanzitutto il loro bene, perché è soprattutto l’amore che rende genitori, non escludendo da se stessa padri e madri omosessuali, che sono i primi depositari della trasmissione del messaggio cristiano ai propri figli e figlie.

6. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia riconoscere le drammatiche storie di omofobia quotidiana e che prenda una netta posizione per proteggere le vittime e per creare nelle diocesi e nelle parrocchie un ambiente rispettoso e inclusivo, in modo che progressivamente l’omofobia sia finalmente sconfitta. Speriamo in una comunità ecclesiale che voglia fare suo il dolore e la paura delle persone che si trovano a vivere nei paesi in cui omosessualità e transessualità sono criminalizzate e che rischiano quotidianamente la vita o la perdita della libertà a causa della loro identità e dei loro affetti, combattendo quelle persecuzioni di cui la Chiesa stessa è stata vittima nella storia.

Quale sarà l’evoluzione nei prossimi anni?

Sicuramente il prossimo Sinodo, il Giubileo della Misericordia alimentano molte speranze… Io personalmente sono fiducioso perché sono convinto che la base del popolo di Dio in cammino è molto più pronta dell’Istituzione all’accoglienza.

Sono anche convinto, però, che finché il dibattito sarà confinato volutamente alla sola sfera ideologica, nulla cambierà. Bisogna creare occasioni di confronto, incontro… Parlarsi, conoscersi.

Come diceva Oscar Wilde, più di cento anni fa, “Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano”.

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