“in edicola!” su Adista i commenti sull’Assemblea nazionale di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”

UN «SINODO PERMANENTE DEI DISCEPOLI». LA PROPOSTA DI “CHIESA DI TUTTI CHIESA DEI POVERI”

38122 ROMA-ADISTA. Dare vita ad un «sinodo permanente dei discepoli» per continuare a confrontarsi, a camminare insieme e a sollecitare la Chiesa. È questa la conclusione, e il nuovo inizio – facendo propria una proposta di Franco Barbero, della Comunità di base di Pinerolo emersa durante il dibattito –, dell’assemblea nazionale di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri”, rete di un centinaio di gruppi ecclesiali, riviste (fra cui Adista), associazioni e comunità giunta al suo quarto appuntamento nazionale dopo l’incontro fondativo all’auditorium del Collegio “Massimo” nel 2012 a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II (v. Adista Notizie nn. 19 e 34/12) e le assemblee del 2013 (dedicata alla Pacem in terris, v. Adista Notizie nn. 5, 15 e 16/13) e del 2014 (dedicata alla Lumen Gentium, v. Adista Notizie n. 20/14).

Quello dello scorso 9 maggio all’auditorium dell’Agesci sarebbe dovuto essere l’atto finale di un percorso che culminerà con l’assemblea internazionale “Council50. Verso una Chiesa, ispirata dal Vangelo, per il mondo” in occasione del 50° anniversario della conclusione del Vaticano II (dal 20 al 22 novembre 2015, informazioni e documenti su www.council50.org). Invece, grazie anche all’ampia partecipazione (almeno 200 persone) e al ricco dibattito non ingessato da relazioni programmate ma lasciato libero di fluire, l’assemblea diventa permanente e si trasforma in «sinodo di discepoli», secondo l’espressione coniata da Raniero La Valle, che ha anche aperto i lavori con un ampio intervento sulla Gaudium et Spes.
Gioia e speranza, misericordia e lotta
«Quando abbiamo cominciato i nostri incontri per celebrare i 50 anni dal Concilio e abbiamo previsto di giungere a parlare della Gaudium et Spes, abbiamo corso un grosso rischio. Perché se nel frattempo non fosse successo niente, se non fosse arrivato papa Francesco, oggi avremmo rischiato di fare dell’archeologia», ha detto La Valle. «Avremmo parlato di un documento ormai obsoleto, che non era piaciuto neanche allora ai migliori protagonisti del Concilio, per una sua certa dipendenza mondana, per un suo ottimismo della volontà che sembrava non fondato ed ingenuo, per un suo evangelismo debole e per la mancanza di un’intelligenza messianica; un documento che aveva condannato la guerra totale ma non aveva messo al bando l’atomica, che aveva accondisceso alla deterrenza e relegato in una nota a piè di pagina la Pacem in terris, che si era accorto dell’amore umano tra i coniugi ma poi aveva lasciato al papa di decidere come dovessero farlo. E mentre il nostro movimento aveva preso il nome della Chiesa dei poveri, i poveri nella Chiesa oggi starebbero ancora nelle catacombe, come dalle catacombe era uscito il “patto” dei vescovi più conciliari sulla povertà della Chiesa, e non si riunirebbero invece in Vaticano nell’aula del “vecchio Sinodo” (il riferimento è all’incontro del papa con i movimenti popolari il 28 ottobre 2014, v. Adista Notizie n. 39/14 e Adista Documenti n. 40/14, ndr), non si farebbero il bagno e la barba sotto il colonnato di san Pietro, non andrebbero al concerto ai primi posti nell’aula Paolo VI e non sarebbero invitati a visitare la cappella Sistina, dato che anch’essi hanno diritto non solo al pane ma anche alla bellezza. E se ancora fossimo nel deserto in cui eravamo tre anni fa, il Concilio stesso sarebbe oggi dilaniato tra le diverse ermeneutiche, sarebbe rimosso come un “non-evento”, sarebbe esorcizzato perché, come aveva detto Paolo VI, attraverso le sue fessure il fumo di Satana era penetrato nel tempio di Dio, e infine sarebbe sostituito dal Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, che secondo il cardinale Levada e Benedetto XVI doveva essere assunto come la vera ricezione del Concilio nell’anno della fede 2012».
«Tutto questo abbiamo rischiato di vivere oggi», ha proseguito La Valle, «abbiamo rischiato di riunirci come carbonari di una Chiesa che non c’è, di ricordare un Concilio ormai “digerito”, per usare un’espressione di Benedetto XVI, avremmo rischiato di rievocare una Chiesa che aveva parlato di gioia e speranza, senza avere però oggi né gioia né speranza. Ed ecco invece che quello che poteva essere un sopralluogo archeologico diventa un affacciarsi sul futuro, e noi oggi non siamo un’assemblea di nostalgici, ma siamo dei viandanti che con maggiore lena possono riprendere il cammino». Il merito di questa inversione di marcia secondo La Valle è di papa Francesco, il cui pontificato «non è un fungo spuntato nella Chiesa ma non è altro che il Concilio che riprende e cammina». Perché, come voleva Giovanni XXIII, Francesco rilancia il tema del «nuovo annuncio di Dio» e presenta al mondo il vero «volto di Dio» che è «il volto della misericordia» (il tema è ampiamente argomentato da La Valle nel suo nuovo libro: Chi sono io, Francesco? Cronache di cose mai viste, pp. 206, euro 14, acquistabile presso Adista: tel. 06.6868692, e-mail: abbonamenti@adista.it; internet: www.adista.it).
Ristabilito quindi, grazie a papa Francesco, «il nesso tra il Concilio e la Chiesa di oggi», La Valle ha spiegato «cosa può dirci la Gaudium et Spes. Innanzitutto «la gioia di poter tornare a credere» – e «gioia» è la prima parola chiave della Gaudium et Spes, non a caso ripresa nel documento programmatico del pontificato di Bergoglio, Evangelii gaudium –, perché quella Costituzione pastorale ha sancito «la riconciliazione della Chiesa con la modernità», dopo un scontro cominciato con il processo a Galileo: una lunga stagione durante la quale «le Chiese avevano cercato di mettere il mondo sotto il sequestro del sacro, e il mondo aveva reagito mettendo Dio tra parentesi e facendo a meno di lui». Poi arrivò il Concilio e la Gaudium et Spes, ma – ha proseguito La Valle – secondo Benedetto XVI «aveva fallito proprio nella questione cruciale del Concilio: il rapporto della Chiesa con il mondo moderno». Papa Francesco invece ha ripreso e rilanciato questo cammino di riconciliazione, grazie anche al suo «nuovo annuncio di Dio», e quindi oggi la Chiesa «può dare nuove ragioni di speranza in un tempo di disperazione». Speranza che «non è solo l’attesa che qualcosa accada ma è anche la lotta per farla accadere», come ha esortato i movimenti popolari ricevuti in Vaticano il 28 ottobre 2014, incitandoli «a continuare la lotta: “sigan con su lucha”, una lotta che non si arrende a un’economia che uccide, al denaro che governa e alla società dell’esclusione e degli scarti, e che deve continuare finché tutti abbiano un lavoro, la terra, la casa». E se ci sono «gioia» e «speranza» (la seconda parola della Gaudium et Spes), scompaiono, secondo La Valle, le altre due parole chiave della Gaudium et Spes, ovvero luctus e angor, «lutto e angoscia che devastano la terra».
Il cammino evangelico degli inaffidabili
Il cammino accidentato e la difficile ricezione della Gaudium et Spes è stato ripercorso dal gesuita p. Felice Scalia: «Scomoda per i politici che da tempo avevano escluso l’etica, figurarsi la fede, dal loro orizzonte. Scomoda per la Chiesa gerarchica che si vedeva privata del suo presunto potere di gestire in proprio il dialogo coi potenti del mondo. Scomoda per il clero che vedeva ampliato oltre il culto il suo compito pastorale. Scomoda per i semplici fedeli che vedevano cadere nelle loro mani una responsabilità fino ad allora demandata ai partiti ed ai governi di cosiddetta ispirazione cristiana».Il risultato, ha spiegato, non fu una sintesi, ma tre diverse linee pastorali: «La piena accettazione e pratica della Gaudium et Spes, che portò a vere inversioni di tendenza ed a decisioni coraggiose, che hanno comportato anche emarginazione, diffidenza, martirio; un sotterraneo ed a volte esplicito rifiuto, con ampie connivenze anche in alte gerarchie, durato almeno due pontificati, ed una conseguente pastorale anticonciliare fatta di interpretazioni e citazioni che svuotavano il senso stesso dell’evento; la realistica percezione della necessità di un cammino pastorale di accompagnamento, per una lenta, paziente educazione a percepire la fede come una prospettiva che cambia la vita, e il messaggio di amore, la “buona notizia” del Regno, come elemento che struttura la storia e indirizza il vivere civile». E quest’ultima, ha spiegato il gesuita, è stata la scelta di tanti preti semplici e di base, come egli stesso: «Nessun pericolo di “martirio”, ma la qualifica di “inaffidabile” per quanti non seguivano la linea ufficiale del momento. Dichiarato io stesso “inaffidabile”, ma in fondo innocuo, ho avuto l’occasione di essere amico personale e sostenitore di molti “inaffidabili” che sono stati e sono seme nascosto, lievito di speranza, per il mondo e per il ritorno della Chiesa al nudo Vangelo. Forse contiene molta verità l’antico detto di Ernst Bloch, secondo cui una religione vale per gli “eretici” che produce».
Con il clima che si faceva sempre più soffocante (e mentre «prendevano quota e si affermavano movimenti come Comunione e Liberazione, Opus Dei, Legionari di Cristo, Araldi del Vangelo, movimenti carismatici, neocatecumenali, spiritualistici, che restituivano nelle mani di Cesare tutto ciò che aveva attinenza con la concretezza della vita, scippando così diritti inalienabili all’essere umano di ogni angolo della Terra»), ha proseguito Scalia, «non restava che adattarsi o auto-emarginarsi». Oppure impegnarsi a «liberare fedeli, preti e religiosi dalla paura di censure indebite facendo notare che ogni apertura conciliare era voluta dallo Spirito Santo e dalla stessa Chiesa. Bisognava aiutare a trovare il gusto di riappropriarsi della Scrittura, dei documenti conciliari, della carica “salvifica ed eversiva” della liturgia, soprattutto del diritto e dovere di ascoltare le “urla” della gente oppressa, attraverso riflessioni comunitarie, approfondimenti. Bisognava incitare i battezzati, chierici e laici, ad uscire dai giochi di potere e di facili promozioni ecclesiastiche, bisognava spingere a ritrovare il gusto della “libertà dei figli di Dio” e della parresia». Che sono, secondo Scalia, le linee conciliari riprese da papa Francesco. E che bisogna ora sforzarsi di seguire e accompagnare.
Tra misericordia e lotta, per quale Chiesa?
Continuare a camminare insieme lungo il percorso tracciato dal Concilio senza limitarsi a delegare a papa Francesco è stato anche l’invito del domenicano p. Alberto Bruno Simoni: «Possiamo anche contentarci di avere un papa che lotta per una “Chiesa in uscita”, ma attenti a non farlo diventare il simbolo isolato di un progetto sempre in cantiere». Ricercando l’unità fra le “due Chiese” che da decenni «convivono senza comunicare fra loro», la «Chiesa dei praticanti» e quella dei «credenti», «la Chiesa della fede» e quella dei «devoti». Perché, ha detto Simoni, «non basta una coesistenza di fatto tra queste due realtà di Chiesa per ottenere una apertura al mondo convergente o una “Chiesa in uscita”, ma è necessario trovare una risoluzione di principio, un metodo che legittimi e faccia evolvere le differenze nell’unità della fede; non basta avallare un pluralismo di fatto sotto l’ombra della appartenenza istituzionale, è necessario riattivare il confronto aperto in linea di diritto, secondo l’adagio “distinguere per unire”. È necessario ridare vita alla dialettica che il Concilio ci ha insegnato, non solo tra base e vertice ma all’interno della stessa base, là dove il Popolo di Dio si muove». «La diversità maturata, espressa, praticata in questi 50 anni da parte di molti – è la provocazione di Simoni – deve acquistare un suo spessore teologico e una collocazione pastorale veramente dialettica, attraverso speranza e lotta! Non importa se solo come “piccolo resto” o come il più piccolo dei semi: a quando un “cristianesimo non religioso” che regga il confronto con la cristianità storica costituita? È qui la sfida aperta lanciata dalla Gaudium et Spes».
Fra Vaticano III e sinodo dei discepoli
Continuare a camminare, quindi. Aspettando e spingendo per un Concilio Vaticano III, come ha sostenuto Luigi Sandri («perché il Concilio Vaticano II non consente di risolvere una serie di problemi aperti, dal ruolo della donna nella Chiesa alle persone e alle coppie omosessuali: sono ottimista sul futuro della Chiesa, ma bisogna aprire alcune porte, e può farlo solo un nuovo Concilio»). E intanto costituendosi in «sinodo permanente dei discepoli», secondo la proposta di Barbero. Il quale tuttavia si augura che «la Chiesa della misericordia di papa Francesco trascini con sé una svolta dottrinaria, perché sarebbe tragica una pastorale inclusiva con una dottrina dogmatica».
«Speriamo insieme a lei che lo Spirito che animò il Concilio ci animi tutti negli impegni del momento attuale nella Chiesa e nel mondo», si legge nel messaggio conclusivo dell’assemblea inviato in Vaticano a papa Francesco. «Preghiamo che la misericordia del Padre nei nostri cuori ci orienti di fronte a problemi come le guerre, la pace, le donne, la famiglia, la giustizia, i bisogni dei poveri, l’ecumenismo cristiano, il dialogo con le altre religioni». (luca kocci)

SINODO: UNA SVOLTA EVANGELICA.  L’AUSPICIO DI “CHIESA DI TUTTI CHIESA DEI POVERI”

38123 ROMA-ADISTA. Alcuni fra i temi più controversi in discussione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si concluderà ad ottobre – contraccezione, divorziati risposati, omosessuali – sono stati al centro del dibattito durante l’incontro nazionale della rete “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” dello scorso 9 maggio (v. notizia precedente).
Il matrimonio non è una gabbia
Della questione dei divorziati risposati e del loro accesso ai sacramenti – ad oggi negato – ha parlato don Giovanni Cereti, preoccupato di come, in questi mesi, la «parte più conservatrice, che si oppone ai cambiamenti, abbia alzato il livello dello scontro, quasi minacciando uno scisma. Tutti i cristiani sono d’accordo nel riconoscere che la volontà di Dio è un matrimonio indissolubile», ha spiegato Cereti, «purtroppo però vi sono dei fallimenti e molti non riescono a realizzare il progetto che si erano proposti». Allora che fare? «La soluzione attuale nella Chiesa cattolica è quella della dichiarazione di nullità del matrimonio attraverso i tribunali ecclesiastici. È la soluzione della Chiesa latina del secondo millennio. Ma nei primi secoli la Chiesa sottoponeva alla penitenza i responsabili dei peccati più gravi, fra cui quello di adulterio, ma dopo un anno o più di penitenza assolveva e riammetteva alla pienezza della vita ecclesiale e all’eucaristia. Questo è il sistema più antico e più tradizionale che il papa e molti nella Chiesa vorrebbero reintrodurre», mentre i conservatori si oppongono. Una soluzione, ha spiegato Cereti, «pienamente conforme alla grande tradizione seguita nella Chiesa antica, sostanzialmente conservata in altre Chiese storiche e soprattutto testimoniata dal canone 8 di Nicea», che offre quindi una «soluzione dottrinale» e giustifica una «una nuova comprensione del matrimonio più conforme a una retta comprensione del Vangelo». Perché, ha aggiunto, «il matrimonio sacramento non è una gabbia dalla quale, una volta entrati, non si può uscire, ma è affidato alla responsabilità degli sposi che ne sono i ministri: sino a che essi si amano e confermano il loro consenso, nessuno al mondo può sciogliere il loro matrimonio, ma una volta che il segno è corrotto, cioè quando la volontà degli sposi di essere marito e moglie non esiste più, scompare la presenza reale e viene distrutto il vincolo coniugale, venendo così meno anche la grazia del sacramento».
Questa è la strada, secondo don Cereti, ma non è detto che tale soluzione venga accettata, «visto l’atteggiamento duro di grande parte dell’ala più conservatrice dell’episcopato». L’annuncio del Giubileo della misericordia, forse, potrebbe piegare le resistenze, rinforzando la convinzione che «anche se siamo tutti peccatori e anche se il nostro cuore ci condanna, Dio è più grande del nostro cuore e nel suo amore vuole abbracciare e accogliere tutti i suoi figli nella grande casa che ha preparato per loro».
Gay: i credenti sono più avanti dell’Istituzione
Il tema delle persone omosessuali è stato illustrato da Andrea Rubera, presidente di Nuova proposta (gruppo romano di cristiani omosessuali), sposato all’estero con Dario De Gregorio (il loro matrimonio è stato uno di quelli trascritti nei registri comunali dal sindaco di Roma Ignazio Marino e poi cancellato dal prefetto, v. Adista Notizie n. 38/14) e padre di tre figli. Rubera è contento per la «rivoluzione semantica» di papa Francesco («per la prima volta un pontefice ha pronunciato pubblicamente la parola “gay”, nominare le cose significa ammettere che esistono»), ma ritiene che non sia «ancora sufficiente per infondere nelle persone omosessuali e transessuali quella gioia e speranza che sono il motore della vita che nel Vangelo ci è stata promessa “in abbondanza”, e consentire loro di emanciparsi da quella condizione, a volte catacombale, di “attesa”, di promuovere la propria esistenza come contributo alla crescita dell’intera comunità dei fedeli».
I problemi esplodono soprattutto quando due persone gay sentono di amarsi e costituiscono una coppia, ha spiegato Rubera. «Nei contesti comunitari cattolici si fa finta che non esista la coppia omosessuale. Anche perché sulla base del Catechismo della Chiesa cattolica, una persona omosessuale può sentirsi parte integrante della comunità solo se accetta di vivere una vita senza affettività, negando a se stessa quell’anelito all’espressione del proprio amore che è talmente innato e spontaneo da non poter essere negletto o ignorato, a pena di pesanti conseguenze sulla propria serenità». Tanto più se ci sono dei bambini: «La genitorialità delle persone omosessuali viene trattata come una sciagura imminente che va evitata assolutamente. E in questa lotta ideologica, in cui nessun colpo viene risparmiato, ci sono i bambini di queste famiglie, che esistono oggi, ora, e non sono su un’astronave a cui va impedito l’atterraggio sul nostro pianeta. Bambini che sono nati per un progetto di amore di due persone e che, senza questo progetto d’amore, non sarebbero qui tra noi. Bambini che dovrebbero trovare nelle comunità di fede un territorio dove sentirsi accolti, amati, come ogni altro bambino, dove trovare linfa di sostentamento, conferma delle loro certezze, a cominciare dall’amore di Dio e della loro famiglia».
Che fare allora? «Come riattivare la speranza?», chiede Rubera. Nuova proposta ha formulato le proprie speranze e le ha trasmesse alla Segreteria generale del Sinodo dei vescovi: «Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia integralmente accogliere ed amare le persone omosessuali», si legge nel documento del gruppo. «Speriamo in un profondo rinnovamento degli orientamenti pastorali nei confronti degli affetti delle persone omosessuali affinché si comprenda quanto di buono essi esprimano e quanto il loro amore possa essere esempio di solidità e generosità per tutti. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia prendersi cura delle persone omosessuali che sentono ardere dentro di sé il desiderio di una vita affettiva di coppia e che sappia includere le coppie omosessuali, abbracciarle e guidarle, affrancandosi dalle battaglie ideologiche, forte della consapevolezza che l’Amore di Cristo è per tutti e per tutti è fonte di vita in abbondanza. Speriamo in una comunità ecclesiale che sappia riconoscere le drammatiche storie di omofobia quotidiana e che prenda una netta posizione per proteggere le vittime e per creare nelle diocesi e nelle parrocchie un ambiente rispettoso e inclusivo, in modo che progressivamente l’omofobia sia finalmente sconfitta».
Cosa succederà al Sinodo? Rubera è ottimista: «Sono fiducioso perché sono convinto che la base del popolo di Dio in cammino è molto più pronta dell’Istituzione all’accoglienza». (l. k.)

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