Autore: Vittorio Lingiardi
Genere:Psicologia
Casa Editrice: Il saggiatore
Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, è Professore Ordinario presso la Facoltà di Psicologia 1, dove dirige la II Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica e insegna “Psicopatologia Generale” (laurea triennale) e “Valutazione Clinica e Diagnosi” (laurea magistrale).
Nato a Milano nel 1960, nel 1985 si è laureato in Medicina e Chirurgia (110 lode) e nel 1989 si è specializzato in Psichiatra (70 e lode). Nel 1995 si è specializzato in Pedagogia e Didattica delle Scienze della Salute presso l’Università di Parigi, Bobigny.
È psicoanalista con funzioni di training del Centro Italiano di Psicologia Analitica, CIPA/IAAP e membro analista dell’International Association for Relational Psychoanalysis and Psychotherapy – IARPP.
Dal 1988 al 1998 ha lavorato all’Ospedale San Raffaele di Milano. Tra il 1987 e il 1995 ha trascorso periodi di formazione presso Menninger Clinic (USA), Chestnut Lodge Clinic (USA), McGill University (Montreal, Canada).
La sua attività scientifica e di ricerca si svolge principalmente nei seguenti campi:
a) Assessment diagnostico dei disturbi di personalità
b) Valutazione dell’efficacia della psicoterapia e della psicoanalisi
c) Meccanismi di difesa
c) Alleanza terapeutica
d) Identità di genere e orientamento sessuale.
Per Raffaello Cortina Editore dirige la collana «Psichiatria, Psicoterapia, Neuroscienze».
È membro del Consiglio Direttivo AIP (Associazione Italiana Psicologia, sez. Clinica e Dinamica), del Consiglio Direttivo del Collegio dei Professori e dei Ricercatori del settore di Psicologia Dinamica, del Comitato scientifico del Consiglio del Centro di Ricerca in Psicologia Clinica Sapienza Università di Roma, del Collegio Docenti del Dottorato di Psicologia Dinamica e Clinica, presso la Facoltà di Psicologia 1.
Ha scritto numerosi articoli su riviste italiane e internazionali ed è autore, co-autore e curatore di vari volumi.
Ecco l’intervista:
Come si può lottare contro l’omofobia?
Penso che bisognerebbe partire proprio da una legge che riconosca le persone omosessuali nell’integrità della loro fisionomia giuridica e sociale. Come psichiatra, sono sicuro che un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni civili sarebbe un drastico prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Non vengono forse legittimati pensieri come: «Se la Chiesa considera queste persone indegne di formare una famiglia, e se lo Stato ne tollera la convivenza, purché senza celebrazioni e senza diritti e tutele, allora vorrà dire che in fondo, davanti a Dio e agli uomini, questi omosessuali non sono proprio cittadini come gli altri…»? Nel suo libro parla di “Cittadinanza Morale, cosa intente e come lo inserisce nell’odierno contesto sociale?
Sia come atteggiamento psicologico alimentato dalla cultura sia come attitudine patologica, l’omofobia è nel DNA delle nostre tradizioni sociali, religiose e politiche. Non lo rivelano solo gli anatemi continui, ma anche le cautele, gli imbarazzi e talora anche quell’atteggiamento di “tolleranza” di cui lei parla. Nelle Lettere luterane Pasolini dice: «Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono cioè un “tollerato”». Di nuovo, qui, il valore di una legge. Senza riconoscimento sociale, senza cittadinanza morale, è più difficile che una rappresentazione si consolidi nella mente come legittima e convalidata. Viceversa, nel suo costituirsi come «possibile» e «legittima», questa stabilizzazione toglierebbe alla realtà discriminata il suo contenuto «minaccioso» e implicitamente disincentiverebbe le azioni violente e persecutorie (bullismo, omofobia sociale). Inoltre ridurrebbe l’effetto dell’assimilazione della negatività sociale, cioè l’omofobia interiorizzata, causa della difficoltà ad accettarsi, dell’autodisprezzo, e di comportamenti inconsciamente autodistruttivi in una persona omosessuale. Sono argomenti molto semplici, alla base di qualunque percorso di integrazione delle differenze individuali, culturali, sociali.
Nel suo libro, Citizen Gay si parla di una sorta di paura di accettare la diversità, ovvero, la condizione omosessuale, soprattutto delle coppie gay…
Credo che uno dei motivi per cui l’omosessualità tout court (e ancor più un suo riconoscimento sociale) crea avversione, paura, diffidenza, derivi dalla preoccupazione per un disordine psicologico che diventa poi sociale. Una sorta di disagio all’idea che vi sia qualcosa di «femminile» in un uomo e di «maschile» in una donna. Da qui anche il bisogno di darsi una rassicurazione riguardo alla propria «mascolinità» o «femminilità». Un fondamento psicologico dell’omofobia, infatti, consiste in una polarizzazione difensiva dei ruoli di genere, che porta a temere/disprezzare i fantasmi di passività e dipendenza nell’uomo e di attività e autosufficienza nella donna. Si tratta di una difesa abbastanza primitiva, ancorata a un’idea ingenua e concreta dell’anatomia e della scena dell’accoppiamento – ma efficace nel lasciare le cose «al loro posto». Una donna che ama un’altra donna stravolge la regola patriarcale per cui è il rapporto con il pene che la penetra e la feconda a offrirle la possibilità di essere «completa». È una donna che tradisce la sua missione di madre e di moglie. Un uomo che ama un altro uomo evoca il fantasma della passività, si «femminilizza» e rinuncia alla sua «vocazione» patriarcale. In questo senso possiamo dire che le persone omosessuali implicitamente contribuiscono a decostruire gli stereotipi di genere. Il che però non significa che, come le persone eterosessuali, esse non possano esprimere in mille modi diversi i ruoli di genere e ciò che comunemente si intende per “maschile” e “femminile”. Rimane il fatto che una donna senza un uomo al suo fianco è facilmente ridicolizzata: è una suora, una zitella o una lesbica. E ridicolo o inutile è l’uomo che non si porta a letto una donna (un imbranato, un impotente o un finocchio). In entrambi i casi si tratta di uno spreco, una stranezza, una sovversione improduttiva. Il legame tra maschilismo e omofobia è evidente.
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