Save me

Regia
Robert Cary
Interpreti
Chad Allen, Robert Gant, Judith Light
Fotografia:
Rodney Taylor
Tutti possono perdersi e cadere nel baratro della droga, soprattutto se ci si trova soli, senza famiglia, ad affrontare una parte della propria identità, non accettata completamente dalla società e dal proprio credo religioso.
Il protagonista di questa intensa e travagliata storia è infatti omosessuale. Mark si scopre incapace di vivere la sua vita con un profondo senso di solitudine che lo porta all’autodistruzione.
Così, invece di essere mandato in una clinica di disintossicazione, la sua famiglia, o meglio quello che ne resta, il fratello, pensa, e in fin dei conti non volendo affrontare l’argomento l’omosessualità, di spedirlo in una comunità religiosa, Genesi House, gestita da una coppia, marito e moglie. Fino a qui sarebbe tutto normale, se non fosse che lo scopo di questa comunità-casa famiglia, di queste comunità in genere, è di “guarire” e “salvare” dal peccato dell’omosessualità.
In primo luogo, la cosa più agghiacciante, è che le guide spirituali della comunità non affrontano mai il tema gay, anzi lo nascondono con cura, sotterrandolo nei sensi di colpa e nei rimorsi.
Almeno nella prima parte del film, si descrive una fitta ragnatela di azioni fisiche, plagi morali e caratteriali che sfiorano l’incubo vero e proprio: i movimenti dei residenti della comunità vengono continuamente coordinati e corretti, vengono scelti appositamente dei brani dalla Bibbia per incutere sensi di colpa, terrore del giudizio; tutte le tipiche e distorte armi della religione cattolica atte a convertire, in una presunta buona strada, la vittima di questo lavaggio del cervello.
Non c’è, infatti, peggior cosa che carpire e guadagnarsi l’affetto di una persona ponendo delle condizioni invalicabili.
In tal senso il film denuncia questo comportamento-plagio delle coscienze in cui l’omofobia interiorizzata diventa un arma sottile e affilata verso ragazzi deboli e soli, fino a sfociare, spesso nel suicidio.watch?v=C4l1qzffGQM&feature=player_embedded
L’ assurdo di queste comunità è il tentativo di sfornare persone rette, non considerando il dolore interiore delle sue vittime, l’aspetto bipolare a cui tali terapie possono portare soffocando parte dell’io e, infine, produrre un futuro fittizio incanalato nel binario morto della menzogna della famiglia puritana alto-medio borghese.
Nella seconda parte del film prevale, invece, la storia d’amore tra il protagonista e un ragazzo conosciuto nella casa, Scott, sacrificando un potenziale che poteva essere approfondito di più nell’ambito familiare e sociale. Comunque, nonostante questa palese debolezza, viene toccato un argomento, quelle delle terapie riparative, con coraggio e almeno si tirano un po’ le somme sulle motivazioni che spesso spingono questi guaritori a creare tali centri, soprattutto dettate da una rigidità morale e insana, da un’incapacità di fondo di centrare il vero messaggio d’amore di Gesù Cristo sulla terra e dalla presunzione di sapere cosa è bene e male per un cristiano credente.
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Davide Sirignano



















